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Un classico ritrovato

Estate 1903, Frances Hodgson Burnett scrive "Nella stanza chiusa", in soli quattro giorni.


Ci troviamo davanti un racconto lungo con atmosfere gotiche e oniriche che affronta una tematica principale per nulla semplice: la morte infantile.


Conosciamo Judith, la bambina protagonista di questa storia, sin dalle prime pagine del libro. Un carattere riservato, tranquillo, ella è una bimba silenziosa che vive in un suo mondo che molto spesso è un confine tra reale e non reale. I suoi genitori sono una coppia molto affiatata che guardano alla piccola Judith come quasi a un'estranea non riuscendo sempre a comprendere e tradurre i suoi comportamenti e i suoi silenzi.

"Certe volte mi sembra come se in qualche modo non potrebbe essere mia" diceva a volte la signora Foster. "Non somiglia a me, e non somiglia a Jem Foster, solo il Signore lo sa. Non somiglia a nessuno di entrambe le nostre famiglie di cui ho mai sentito parlare - eccetto forse zia Hester - ma ella morì molto prima che io nascessi. [...]

Una figura ricorrente nel racconto è la cara zia Hester, mancata prematuramente ai suoi affetti, Judith parla di lei come se fosse ancora presente e confessa di incontrarla molto spesso nei suoi sogni. È a partire dalla zia Hester che si delineano tutte le caratteristiche di una quasi "ghost story" con tratti di profondo realismo.


La seconda parte del racconto, dopo una prima di contesto che sviluppa i personaggi e ci introduce legami e dinamiche nonché le tematiche trattate, si sviluppa in una casa signorile. È qui che Judith si trasferisce con i suoi genitori che da quel momento ne diverranno i custodi e dovranno occuparsi di tutte le incombenze legate alla casa.


Sua madre era impegnata a sistemare il disordine che i domestici, andati via precipitosamente, avevano lasciato. La loro partenza era invero stata compiuta in sufficiente fretta da lasciare dietro di loro la sensazione che si trattasse di una fuga. C'era un gran daffare, e Jane Foster, muovendosi irrequieta con scopa e secchio e spazzoloni, non disprezzava la frenesia del lavoro che l'aspettava. La certezza di Judith secondo cui non sarebbe mancata rese tutto chiaro. Se la sua assenza fosse stata notata, sua madre avrebbe realizzato che l'intera casa le sarebbe stata accessibile e che ella sarebbe stata un elemento non disturbante dovunque fosse stata trascinata dalla sua fantasia o dalle circostanze.

Intorno alla dimora un velo di mistero dovuto all'allontanamento improvviso dei proprietari che lasciano come unica regola quella di non entrare in una delle stanza, l'unica chiusa a chiave.


La giovane protagonista ottiene dalla madre il permesso di esplorare la casa e di trovare i propri spazi per trascorrere le sue giornate ad eccezione della "stanza chiusa" il cui accesso è precluso a chiunque. Ma è proprio quella stanza che attira Judith, si sente quasi chiamata, sente un'attrazione così forte che si troverà di fronte a quella porta invasa da un'emozione fortissima e il solo appoggiare la sua mano alla porta la farà aprire davanti a sé.

Superò il secondo piano, il terzo, e salì verso il quarto. Poteva vedere la porta della Stanza Chiusa mentre saliva passo dopo passo, e si ritrovò a muoversi più velocemente. Sì, doveva raggiungerla... doveva toccarla... il suo petto cominciò ad alzarsi e abbassarsi con un'accellerazione del respiro, e il respiro accelerò perché il suo cuore batteva... come se avesse la sua stessa fretta...

Dal momento in cui Judith metterà piede nella stanza inizierà un viaggio continuo di andata e ritorno, come se la porta della "stanza chiusa" fungesse da portale tra due dimensioni quella terrena e quella dell'aldilà.


Non ci dimentichiamo che la Burnett vive ancora il profondo dolore della scomparsa del suo primo figlio, morto prematuramente di tisi e questo racconto sembra essere un percorso interiore verso l'accettazione del dolore che viene esorcizzato attraverso la storia di Judith.


È stata una lettura piacevolissima che è volata via rapida grazie al ritmo costante della narrazione, mai calato, rispettando un climax crescente verso l'epilogo finale.


La collana I Classici Ritrovati di Caravaggio Editore regala sempre delle piccole opere d'arte, in questo caso impreziosita ulteriormente dalle tavole originali a colori che si trovano in appendice al libro.



Come tutta la collana, anche questo volume è a cura di Enrico De Luca affiancato nella traduzione da Giordano Milo che ci offre per la prima volta in Italia la versione integrale del racconto. Lo stesso ha scritto l'introduzione e come sempre ci restituisce il valore che questi classici continuano ad avere.


Il libro è disponibile sul sito dell'editore direttamente a questo link: "Nella stanza chiusa"



Frances Hodgson Burnett (1849-1924) è stata una scrittrice di spicco della letteratura americana fra il XIX e il XX secolo. La sua vasta produzione, che fu apprezzata fra gli altri da Oscar Wilde e da Mark Twain, annovera titoli quali: That Lass o’ Lowries (1877), Haworth’s (1879), A Fair Barbarian (1881), Little Lord Fauntleroy [Il piccolo Lord] (1886), A Lady of Quality (1896), A Little Princess [La piccola principessa] (1905), The Secret Garden [Il giardino segreto] (1911), T. Tembarom (1913), ecc.


Enrico De Luca lavora presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria e si occupa, prevalentemente, di filologia e metrica. Collabora con numerose case editrici e ha curato le edizioni integrali e annotate dei primi tre titoli della saga di L. M. Montgomery dedicata ad Anne Shirley (Lettere Animate 2018-2019) e di due racconti di M. R. James (ABeditore 2019). Per Caravaggio ha tradotto e curato testi di C. Dickens, J. Webster, L. M. Montgomery, Jerome K. Jerome, F. H. Burnett, ecc.


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